Come scegliere le esperienze formative: Essere artisti o vittime dell’approssimazione

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Non tutto quello che è vero e che funziona è altrettanto utile alla nostra ricerca.
Possiamo fare mille corsi, mille seminari, illudendoci che la bontà di quell’esperienza ci garantisca un progresso, come dire “se è una buona esperienza male non farà”…
Mi permetto di dissentire.
La qualità della nostra intuizione artistica è proporzionale alla capacità che abbiamo di ascoltarci, di cogliere la realtà che ci circonda e di assecondare quell’esigenza di relazione, senza troppa zavorra sulle spalle, senza troppi filtri inutili che ci impediscano di “vedere” con chiarezza.
Immaginate un viaggiatore che ogni qualvolta incontri un oggetto bello ed efficace per il lavoro che svolge, lo metta nel dubbio nel suo zaino (funziona, magari mi sarà utile). Ora immaginate lo stesso viaggiatore dopo poco tempo appesantito, con uno zaino enorme dove sia impossibile trovare gli oggetti di cui abbisogna davvero al momento giusto, e dove ad un certo punto non ci sia più spazio per acquisire gli strumenti non ancora trovati davvero indispensabili al suo cammino… Dovrà svuotare tutto senza riuscirci davvero, o arrendersi, o arrangiarsi con quello che ha senza mai cogliere realmente la pienezza che lo motivava all’inizio del suo percorso.
Non consiglio di non fare esperienza, anzi!!! Consiglio di farle con cognizione di causa, prima di esaurire le energie e la capacità di imparare..
Come capire cosa può davvero fare al caso nostro? 4 piccole regole:
Capire chi siamo artisticamente, sapere cosa cerchiamo nel momento in cui ci mettiamo a ricercare, non essere rigidi ma assecondare gli inevitabili sviluppi del nostro sentire ed in fine essere coraggiosi, non tradire il senso di quello che facciamo.
Come acquisire questa consapevolezza?
Questo è il vero e più importante viaggio di ricerca.
Buon cammino.

Simone Moscato

CICLO DI INCONTRI TEMATICI PER INSEGNANTI DI CANTO

Gruppo di lavoro-2Un percorso con cadenza mensile, per dare l’opportunità ad ogni partecipante di maturare nel tempo che separa un seminario dall’altro gli elementi studiati.
Sarà possibile seguire a scelta e singolarmente gli incontri che interesseranno di più, a condizione di aver seguito i primi due, propedeutici per i successivi.
A chi si iscriverà anticipatamente a tutti i seminari, dimostrando un vivo interesse al percorso, verrà accordata una supervisione della durata dell’anno accademico 2016/2017, da definirsi nella modalità e nei tempi.
Date in definizione, primo incontro ad Ottobre.
Presto tutti i dettagli.
LoStudioDelCanto di Simone Moscato

La “meccanica” è nel respiro, il resto è pensiero incarnato

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L’attivazione “meccanica” volontaria nella produzione di un suono si riduce al momento preparatorio del respiro, che anch’esso è tanto essenziale quanto il corpo è sufficientemente in equilibrio ed elastico.
Nell’istante finale del respiro il pensiero prefigurante genera quella micro illusione di “già accaduto” che porta il corpo a creare la voce, esattamente come qualsiasi altro gesto organizzato che compiamo giornalmente.
Perché il canto dovrebbe sfuggire alla semplicità di ciò che già è?
Simone Moscato

Seminario di consapevolezza vocale

Di cosa c’è davvero bisogno oggi nel mondo della didattica del canto?
Un nuovo “metodo”? Un nuovo vocabolario? una nuova scoperta scientifica? La riscoperta di qualche dottrina classica di fino 800?
La questione non è se un approccio tecnico sia affine o no all’idea di tecnica vocale che mi sono fatto, e nemmeno se funzioni davvero…
La questione è se quello che sto facendo sia realmente la soluzione più semplice per ottenere ciò che voglio nel minor tempo possibile.
La questione è se sto facendo qualcosa di davvero attinente al mio desiderio di musica.
La questione è se sto ignorando qualcosa che già so fare per impararlo nuovamente in modo più articolato e complesso.
La questione è capire se la fascinazione della ricerca non stia soddisfacendo solo la mia mente, vorace calcolatore in cerca di sfide da risolvere, trascurando il vero motivo che mi spingeva a ricercare nel canto quel senso di pienezza fuori da ogni schema precostituito…
Il mondo delle idee può diventare una trappola affascinante, la musica e il desiderio di musica non sono proiezioni, ma una realtà esperibile nel presente, riscopriamola e lasciamo che ci comunichi con la massima semplicità quale sia il percorso da seguire.
Simone Moscato

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“Siate affamati, siate folli”

Cari amici la vita ci offre grandi strumenti di crescita, tutto può essere uno strumento di crescita.
Studiare, imparare, cambiare, crescere, non ha a che fare con lo strumento che utilizziamo ma con il desiderio che abbiamo di farlo, che si incarna in ogni scelta consapevole di divenire sempre qualcosa di nuovo.
La musica è la risposta dell’animo al desiderio di essere e di cambiare, e come tale va rispettata ed amata, va alimentata, e l’unico modo per alimentare un monito vitale è attraverso altra vita.
Non vivete nell’immaginazione del pensiero, incarnate la vita in ogni esperienza, perché in ogni esperienza c’è un’energia vitale.
Siate capaci di elaborare il vostro percorso formativo fidandovi del desiderio, del sentire, della visione che nasce dall’intuizione più autentica di ciò che siete realmente.
Intuire è vivere il momento presente, è percepire, è sentire la connessione tra sé e il mondo, è ascoltarsi con una verità che non è nemmeno traducibile in parole, ma che è tanto forte da rivoluzionare la vita intera.
Celebrate la vita con la ricerca dell’affermazione del desiderio più puro di essere al di là di ogni condizionamento.
Celebrate lo studio rispondendo alle domande della vostra pancia più che a quelle di una mente troppo spesso condizionata.
Celebrate la musica suonandola molto di più di quanto la possiate studiare con esercizi propedeutici.
Celebrate il canto scoprendo la vostra voce, confidando nella vostra voce, che sia coraggiosa e fuori da ogni schema.
Celebrate voi stessi, rispettando il senso stesso della vita, cambiare, imparare, vivere a pieno con gioia e gratitudine.
Come disse Steve Jobs, “siate affamati, siate folli”.
Buon inizio di anno accademico a tutti.
Simone Moscato

(Allego uno splendido discorso che fece Steve Jobs nel 2005, di grande interesse per chiunque si stia formando per sviluppare la propria creatività)

Partono i gruppi di lavoro!

L’obbiettivo del gruppo é quello di risolvere problematiche avanzate in campo tecnico, e sviluppare nella relazione con gli altri il migliore approccio possibile nella risoluzione delle difficoltà con gli allievi. I gruppi di lavoro saranno composti da quattro persone, ogni incontro durerà due ore dalle 11.00 alle 13.00 (per permettere a chi insegna nel pomeriggio di potere avere l’opportunità di partecipare) con cadenza settimanale, un gruppo il martedì ed uno il giovedì. Negli incontri ogni partecipante avrà a disposizione mezz’ora per lavorare sulla propria tecnica, e la restante ora e mezza per analizzare osservare e partecipare alla lezione degli altri membri del gruppo. Saranno integrati alle lezioni momenti di confronto e studio delle diverse esperienze in senso tecnico e pedagogico, nel rapporto col proprio strumento e con l’insegnamento.

Simone Moscato

“Le meccaniche invisibili” chiudono il loro ciclo

Cari amici le “Le meccaniche invisibili” chiudono per la quinta ed ultima volta il loro ciclo di seminari.Ora è necessario comprendere quali siano oggi le esigenze della didattica del canto, e creare come nel caso delle “meccaniche” una proposta formativa attuale ed efficace che rimpiazzi la vecchia, per rispondere in modo sempre più centrato alla crescente richiesta di esperienze che siano realmente funzionali alla musica.

Grazie a tutti i partecipanti di tutti gli incontri, di tutte le edizioni.

Simone Moscato 

           

QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA, LO STOLTO GUARDA IL DITO…

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Non c’è nulla che ci tocchi davvero che non sia già stato realizzato interiormente.
La trasformazione è sempre prima interiore e poi, successivamente, ci porta a cercare nell’ambiente intorno a noi le parole, le immagini o magari gli insegnamenti di qualcuno per l’esigenza di razionalizzare e dare forma a quanto già avvenuto dentro di noi.
La nostra voce è, nel bene e nel male, l’effetto di una consapevolezza identitaria che ne determina ogni aspetto, dal suono al desiderio di volerla cambiare per riscoprirla in nuove forme espressive. Quello che impariamo ci fa rendere conto di ciò che è già in potenziale o di ciò che deve essere (o ad auto imporci brutalmente quello che la mente ci indica come corretto per ragioni diverse dall’arte).
Lo studio, la buona tecnica, ci indicano qualcosa che non è esterno a noi, ma che è già presente e che chiede solo di essere osservato e capito.
Non tutte le trasformazioni che accadono alla nostra voce sono frutto di uno studio, o di un intenso utilizzo “buono o cattivo” che sia, spesso sono una spontanea evoluzione verso qualcosa di affine a quello che si smuove dentro di noi, e che spesso non riusciamo a cogliere per condizionamenti e paure di sorta. Non mi riferisco ovviamente a patologie o a malattie che devono sempre essere diagnosticate e curate dal medico di fiducia, mi riferisco ai cambiamenti che subito interpretiamo come malfunzionamenti e che invece talvolta altro non sono che indicazioni chiare verso una trasformazione tanto importante quanto necessaria.
Al sè profondo interessa della nostra realizzazione piena, meno del do4 che non riusciamo più a prendere di “petto”..
Possiamo decidere se piegare la nostra voce alle esigenze di un’estetica illusoria e inverosimilmente immutabile, o  arrenderci con fiducia a quanto in noi cambia per seguire le evoluzioni di ciò che siamo davvero, verso qualcosa di diverso e certamente più espressivo.
La tecnica si trasformerà in futuro in un percorso di ricerca interiore non scisso da ciò che siamo, superando le illusioni dell’estetica funzionale al profitto, creando sempre di più artisti coraggiosi (che torneranno a mio parere a vendere musica per la bellezza di quanto creano) invece che emuli sbiaditi.
Per ora accontentiamoci di goderci una bella cantata in attesa che tutto vada come deve andare.
Simone Moscato

Cantare non è attivare un meccanismo, ma dare seguito ad un’intenzione..

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Cantare non è attivare un meccanismo, ma dare seguito ad un’intenzione..
Che differenza c’è?
Un meccanismo dà un esito certo, un’intenzione anche se di pochissimo, è mutevole assieme al mezzo che la esprime.
Per rimanere fedeli al contenuto più che allo strumento che lo veicola dobbiamo essere pronti al cambiamento, lasciando che la nostra voce non sia il riflesso di un forma statica (per quanto suggestiva ci possa apparire), ma l’espressione di un momento vissuto a pieno che racchiuda in sé ogni verità possibile.
In che modo?
Ascoltandosi con “la pancia” per concedersi l’opportunità di scoprirlo.
Simone Moscato

La paura è la morte della creatività

Avere paura della paura è fuggire dal confronto, fuggire dall’esporsi, dalle crisi, ma anche dalla felicità, dalla creatività, dall’essere.
Vi invito ad ascoltare le parole del Maestro Pier Giorgio Caselli sul senso e sulla natura della paura, augurandoci di essre sempre più in contato con noi stessi, sempre più creativi, sempre più vivi.
Simone Moscato

“Le meccaniche invisibili”, incontro del 28/02/2015

Ok, i tempi sono maturi per un ulteriore passo avanti nella formulazione didattica…
La giornata di sabato mi ha chiarito in che direzione andare in futuro e che tipo di seminari quindi proporre.
Nel frattempo ci avviamo al penultimo incontro di quest’anno, grazie a tutti i presenti per il grande impegno e per la qualità messa nel partecipare dal primo all’ultimo minuto.
Simone Moscato

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Goccia dopo goccia…

Goccia[1]

Non aggiungo altro (ad eccezione del dovuto ringraziamento a Daniele Pizzichini per questo pensiero del grande Omraam).
Simone Moscato

“Il segreto del vero successo non sta nello sforzo violento e spettacolare di un istante, bensì nella ripetizione quotidiana di tanti piccoli sforzi. L’acqua che goccia dopo goccia cade sulla pietra, finisce per scavarla. Eppure, la goccia d’acqua è così dolce, e la pietra così dura! Non smettete mai un solo giorno di fare degli sforzi, poiché il segreto della riuscita sta nella continuità, nella perseveranza. Se vi fermate, rischiate di perdere anche ciò che avevate acquisito, poiché la materia possiede un immenso potere di resistenza e tende sempre a ritornare alla sua inerzia originaria. Dovete lavorare ininterrottamente per elevarla, e poi mantenerla al livello fino al quale voi stessi desiderate elevarvi, per fissare lì la vostra dimora.”
Omraam Mikhaël Aïvanhov

Le meccaniche invisibili 17/01/2015 (Le respirazioni nel canto)

E’ stato a mio parere uno dei migliori incontri di sempre.
Grazie a partecipanti, ai docenti e agli uditori.
Per garantire nei prossimi incontri futuri la massima qualità e attenzione nel tempo dedicato ad ogni partecipante, verrà diminuito il numero di ammessi, 10 partecipanti, 8 docenti e per quanto riguarda gli uditori il limite è la capienza della sala.
Il prossimo appuntamento è il 28 Febbraio con l’incontro sulla risonanza!!
Buona musica a tutti!!!
Simone

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La musica è una respirazione dell’anima

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La musica è una respirazione dell’anima. È attraverso la musica che l’anima si manifesta sulla terra. Quando la coscienza superiore si risveglierà nell’uomo, quando questi svilupperà dentro di sé le sue potenzialità di percezioni più sottili, inizierà a udire quella sinfonia grandiosa che riecheggia attraverso gli spazi, da un capo all’altro dell’Universo, e comprenderà allora il senso profondo della vita.
Omraam Mikhaël Aïvanhov

Lasciarsi osservare per capirsi…

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Ogni insegnante dovrebbe di tanto in tanto mollare la corazza del proprio sapere e lasciarsi guidare da un altro, perché?
Per essere di nuovo vulnerabili ed aperti alla conoscenza.
Per scendere dalla cattedra spesso troppo e troppo goffamente difesa del docente che insegna e che non ha poi molto ancora da imparare, e riprendere il contatto con la realtà.
Per accorgersi che il filtro con cui vediamo le cose per quanto completo e sfaccettato è comunque un filtro, e se pure non può essere mollato può quantomeno essere sempre ridefinito allargandone l’orizzonte.
Perché scambiare informazioni, per imparare nel modo più semplice, ricevendo un insegnamento.
Per accorgerci se e quanto il nostro desiderio di imparare, la nostra curiosità si sia esaurita e regolarsi di conseguenza…
Per capire se il nostro percorso ci porta altrove…
Per non dare mai per scontato quello che facciamo…
Tutto cambia, tranne il fatto che tutto cambia (Gautama Buddha), osservarsi, lasciarsi osservare in modo vivo ci tiene in contatto con la versione più aggiornata di noi stessi.
Simone Moscato

Voicetoteach

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Insegnare è un percorso fatto di tanta esperienza sul campo, di intuizioni, confronti, esperimenti ed esperienze formative.
Il “Voicetoteach” di Eleonora Bruni ed Erika Biavati è a mio parere una bella esperienza formativa che può essere a buon titolo inserita come parte del percorso che porta ad essere insegnanti.
Abbiate ben presente che non è un titolo o una qualunque legittimazione ad opera di persone titolate che vi farà docenti apprezzati, ma la vostra capacità di imparare quanto più possibile da ogni occasione formativa (come appunto il Voicetoteach) e di essere capaci di comprendere per comunicare nel modo più semplice e funzionale.
Come ho già scritto, per essere buoni insegnanti non bisogna mai smettere di essere buoni allievi.
Buono studio a tutti!
Simone Moscato

http://www.voicetoteach.it/

La nostra facoltà di intuire Dio

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La ragione per cui Dio rimane sconosciuto a milioni di persone che lo adorano in templi e chiese, nelle città sante e in altri luoghi di pellegrinaggio, sta nel fatto che gli strumenti fisici della conoscenza possono comprendere solo i prodotti del Creatore ; La Divinità stessa è percepita dalla facoltà di intuizione che è oltre la mente e che rappresenta il potere dato da Dio all’anima di conoscere la verità.
Quando l’irrequietezza mentale è placata e la coscienza è indirizzata verso l’interno, in contatto con l’anima , la nostra facoltà di intuire Dio è risvegliata”.
Paramahansa Yogananda

Arrendersi

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Accade talvolta che un allievo dotato che lavori con un insegnante altrettanto dotato, non riesca comunque ad ottenere la qualità sonora che cerca, ed accade spesso in quei casi che le ragioni di tale fallimento vengano attribuite alla necessità di un diverso approccio, di un nuovo stimolo, magari di un nuovo insegnante..
E se il problema fosse che l’allievo si senta mentalmente persuaso da una certa qualità mentre il suo desiderio lo spingesse inconsapevolmente verso altro?….
E se invece che ascoltare i propri pensieri ascoltasse la propria pancia, il proprio desiderio?
Casa accadrebbe se invece che adeguarsi a ciò che pensa sia adatto a lui si “arrendesse” a ciò che è?..
Cosa cerchiamo di difendere nel tentativo di non accettare ciò che siamo e che ci darebbe un’autentica forma di “felicità artistica”?
Simone Moscato

Non imparare, non insegnare, essere consapevoli

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Insegnare è un termine ambiguo, non sempre sinonimo di “aiutare a divenire consapevole”.
Comunemente e superficialmente si dà per scontato che un’insegnante è qualcuno che “sa fare”, che è in grado di “farti fare”, che decide perché può, e l’allievo è qualcuno che nei limiti della libertà concessagli dalla propria consapevolezza sceglie di imparare, di ascoltare, di affidarsi.
Avere un maestro ed essere un allievo è una delle forme di relazione più belle ed importanti nella vita di ognuno, ma cosa accade se ci si scorda del vero obbiettivo per cui una relazione del genere esiste, del mutuo patto di crescita reciproca insita in ogni relazione autentica e ci si identifica invece nei ruoli?
Cosa accade se l’insegnante non è più semplicemente qualcuno che lavora su sé stesso favorendo attraverso la sua crescita la crescita degli altri e se l’allievo smette di essere il vero maestro di sé stesso?
Cosa accade se si crea addirittura una costruzione identitaria sull’essere “uno che insegna”, che è in grado di cambiare e di incidere nella vita degli altri, oppure ci si “sente” inconsapevolmente un “allievo a vita”, in cerca sempre di conferme?
Smettiamo di crescere dimenticandoci chi siamo.
Come uscire da tutto questo? Partendo da un semplice assunto:
Non imparare, non insegnare, essere consapevoli.
Noi non insegniamo davvero nulla a nessuno, non c’è nessuna volontà o conoscenza nostra capace di interferire in modo profondo su un allievo in formazione, è sempre l’allievo che sceglie di capire, di non capire, di farsi prendere in giro perché alla propria formazione antepone il consenso del “maestro”, di essere ciò che sente di dover essere.
Noi possiamo fare da specchio per aiutare l’altro a definire qualcosa che è già dentro di sè, e che lui sceglie di consapevolizzare nel momento in cui è pronto.
Un maestro non dà, lascia che l’altro si accorga di avere.
Simone Moscato

La voce è un mezzo o un fine?

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Sono sempre più persuaso di come il dibattito interno nel mondo della didattica vocale sia fortemente condizionato da un fraintendimento di base, cioè il credere che la tecnica, come strumento di conoscenza e libertà espressiva, possa essere appropriata o inefficace in relazione ad un unico e condiviso fine, e quindi che la bontà della stessa non sia la misura del raggiungimento di un risultato personale, ma il comune convergere verso specifici elementi estetici.
La realtà, quantomeno per il rock, il pop e in parte per il jazz a mio avviso è ben altra (lascio fuori ad esempio il “belcanto”, per il quale le caratteristiche tecniche definiscono in modo netto l’adesione o meno ad un preciso “sentire artistico”), e il suddetto fraintendimento è figlio di un male tipico della nostra epoca e del nostro bel paese, costruire sull’idea invece che sulla realtà concreta.
Quando si canta poco, quando si compone poco…

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La nostra versione migliore

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La tecnica vocale è la sintesi raffinata di un corpo elasticamente predisposto e di un “pensiero sonoro” in grado di attivarlo per compiere il miracolo del canto.
Ogni strada che porti a tale consapevolezza, ogni conoscenza, ogni esperienza diretta a tal fine è preziosa.
Lo studio in tal senso, non è quindi un’acquisizione passiva ad opera di chi ne sa più di noi, ma è una ricerca attiva verso il centro del nostro essere musicisti.
Prendiamoci la responsabilità del nostro percorso, diveniamo consapevolmente la nostra “versione migliore di artista”.
Simone Moscato

Una tecnica raffinata

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Una tecnica vocale raffinata non consiste nel controllo illusorio di micro-muscoli percepibili solo negli effetti che generano in sinergia con tutto il meccanismo vocale, ma nella creazione di un “pensiero sonoro” in grado di attivare ogni sfumatura della voce.
Stante un corpo elastico libero da rigidità muscolari limitanti, il cantante che possiede tecnica non è un ingegnere che comanda una macchina, ma un artista creativo che insegna al corpo come esprimere in forma di canto l’immaginazione che lo anima.
Simone Moscato